Trattativa Stato-mafia, il processo d’Appello verso la conclusione

Trattativa Stato-mafia, il processo d’Appello verso la conclusione

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Tempo di lettura: 4 min

Di Aaron Pettinari

Oggi le repliche del Pg. Lunedì i giudici entreranno in Camera di Consiglio

La valutazioni dei collaboratori di giustizia, Francesco Squillaci e Pietro Riggio; le considerazioni su mafia-appalti e le anomale vicende sul favoreggiatore di Provenzano, Giovanni Napoli; la sentenza Mannino e le parole di Pittelli. E’ soprattutto su questi punti che il sostituto procuratore generale Giuseppe Fici (presente nell’aula bunker del Pagliarelli anche Sergio Barbiera) si è concentrato in sede di replica all’udienza odierna del processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia. Un dibattimento che ormai giunto alle sue battute conclusive e che, salvo clamorosi imprevisti, vedrà i giudici della Corte d’Assise d’Appello, presieduti da Angeli Pellino (a latere Vittorio Anania), entrare in Camera di consiglio.
Prima dell’inizio delle repliche Fici ha dato atto del deposito in Cancelleria di una memoria, così come anticipato in precedenti udienze, sulla figura del collaboratore Riggio, su cui sono in corso ancora gli accertamenti a riscontri di più Procure.
La difesa Dell’Utri si era concentra in maniera particolare sulle confidenze che lo stesso avrebbe ricevuto in carcere da Vincenzo Ferrara, bollandole come false. “Su Riggio dobbiamo guardare ad alcuni fatti – ha detto Fici ricordando la condanna che l’ex agente penitenziario ricevette per associaizone mafiosa – Nessuno disse alla Procura della Repubblica che questo dialogava con i criminali mafiosi perché lo stesso stava aiutando uomini dello Stato della Dia nella caccia all’allora latitante Provenzano. I riscontri l’hanno documentato. Così come documentato è che questo Ferrara fosse nel carcere di Villalba e che lo stesso avesse tentato il suicidio ed avesse sofferenze di natura psichiatrica. E le esternazioni fatte a Riggio furono fatte anche ad altri soggetti.
Pertanto quel che possiamo dire su questa vicenda è che non ci si consente né di negare né di affermare che le indicazioni su Dell’Utri possano ritenersi risocntrate o che siano indicative. Ma certamente non possiamo dire che Riggio si sia inventato la confidenza”.
Sempre replicando alla difesa Dell’Utri Fici ha aggiunto: “Se, come sosteniamo, Dell’Utri ha sponsorizzato la nascita di Forza Italia nel mondo di Cosa nostra e della ‘Ndrangheta, è assolutamente logico e fattuale che chi ha dato i voti si attenda e pretenda qualcosa in cambio. C’è qualcuno, oggi, che osa contestare che la corrente andreottiana della Dc fosse appoggiata da Cosa nostra o che Cosa nostra abbia votato i socialisti nell’86? Negli anni ’93-’94 Cosa nostra e ‘Ndrangheta hanno votato, esultato e brindato per la vittoria di Forza Italia. Se poi nei mesi successivi, si chiede un segnale di riconoscenza, è implicita la minaccia”. E poi ancora facendo riferimento all’arringa della difesa dell’ex senatore di Forza Italia che si era chiesta se ogni parola proferita da un mafioso possa essere intesa come minaccia. “Io sono nato in questa terra e so interpretare il significato e anche i gesti. Posso affermare, valutati ovviamente i contesti – ha detto Fici – che anche la semplice presenza può costituire una minaccia”. L’accusa ha anche citato una sentenza definitiva in tal senso. Il sostituto Pg, ricordandoche Marcello Dell’Utri è stato condannato definitivamente per concorso esterno in associaiozne mafiosa, finendo di scontare la pena ha detto “di non avere gradito il richiamo, da parte della difesa Dell’Utri, a un Paese normale. Come se il nostro Paese non sia tale perché si fanno certi processi. Userei questo richiamo in casi estremi e non da parte di chi ha contribuito a certi fatti… Di certo non è da Paese normale una risoluzione del Parlamento che dice che la ragazza marocchina è nipote di Mubarak…”.

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Fici ha rispedito al mittente le polemiche della difesa Dell’Utri sulla lunghezza di questo procedimento ricordando il tempo perso “in attesa di potere sentire il testimone Berlusconi che poi, alla fine ha scelto, come suo diritto, di avvalersi della facoltà di non rispondere, di fatto comunicando di essere indagato per le stragi e non dando la sua versione a sostegno ‘dell’amico Silvio’, come definito dalla difesa stessa”. Di quel silenzio, l’accusa si è fatta forza. “I difensori difendono un imputato indifendibile – ha detto Fici – e portano avanti tesi insostenibili e con la chiamata a testimoniare ‘dell’amico Silvio’ (parole della difesa), con il suo silenzio, ha portato acqua alla tesi dell’accusa”.
Di fatto nessuna replica ha riguardato le considerazioni dei legali dei boss Bagarella e Cinà. Diversamente Fici si è concentrato sulle considerazioni fatte dai legali degli ufficiali dell’Arma, Subranni, Mori e De Donno.
In primo luogo è tornato ad evidenziare il focus sulla cosiddetta “vicenda Napoli”.
Nel 1996 è vero che fu fatto un riconoscimento di Giovanni Napoli, che era stato indicato da Luigi Ilardo quale favoreggiatore di Bernardo Provenzano, ma lo steso fu compiuto soltanto nel maggio 1996, ovvero 8 mesi dopo il mancato blitz a Mezzojuso, dell’ottobre 1995. Non solo. Il nome di Napoli non venne indicato nella nota infomrativa “Grande Oriente” che di fatto si avvaleva proprio delle dichiarazioni di Ilardo. Quindi ha nuovamente sottolineato l’anomala perquisizione dell’abitazione, avvenuta con l’arresto del Napoli nel 1998, con sequestri parziali e clamorose restituzioni di telefoni cellulari ed un rilevatore di microspie.
E poi ancora è tornato su ricorso in Cassazione nel procedimento Mannino, ritenuto “inammissibile” dagli Ermellini, “in particolare dopo la riforma del 2017 in cui si limitano i poteri di impugnazione del pm. Ciò non ha permesso slla Suprema Corte di valutare in maniera completa quelle criticità che avevamo comunque rappresentato”.
“Nel processo d’appello Mannino c’è un’affermazione abbastanza ardita sul fatto che Borsellino avesse appreso della trattativa e che la avrebbe avallata. Un dato che non si ricava da nessuna parte”.
Altro argomento affrontato è nuovamente la vicenda nota, mafia-appalti. “Invito ancora una volta a leggere i documenti. Noi riteniamo che si tratti di un argomento di distrazione, come detto nella requisitoria dai magistrati di primo grado, e questo convincimento lo si rafforza leggendo due atti. Il primo è la relazione del 1998 consegnata dalla Commissione parlamentare antimafia in cui si rappresenta l’intera vicenda. Poi c’è il decreto di archiviazione del Gup Gilda Lo Forti in cui si parla in termini contrastanti della doppia refertazione” Una cosa è certa. I nomi dei politici Nicolosi-Lima e Mannino nella prima informativa del 1991 non compaiono. Ci sono, invece nella seconda informativa, dell’ottobre 1992.
“Passano 18 mesi – ha detto Fici – Che ci sia stata una doppia informativa è pacifico. Una light, ed una strong. Quindi lasciamo perdere le mezze parole e le opinioni”.
Il processo è stato quindi rinviato a lunedì prossimo, quando ci saranno le controrepliche e l’attesa Camera di consiglio.

Foto © Imagoeconomica

Tratto da: Antimafiaduemila

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