Vajont: una strage di Stato ”Sulla pelle viva” di duemila persone

Vajont: una strage di Stato ”Sulla pelle viva” di duemila persone

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Tempo di lettura: 5 min

Di Luca Grossi, tratto da AntimaDuemila

Chiariamo i termini: non fu una disgrazia, un ‘caso’, un disastro ambientale.
Fu una strage. Una delle tante che costellano la storia d’Italia. E come tale venne risucchiata fin da subito nel buco nero della memoria.
Longarone: un intero paese spazzato via dalle scelte nefaste di una politica accecata dall’ingordigia e dalla tracotanza democristiana.
Una massa d’acqua trascinata dalla diga del Vajont è precipitata a valle spazzando via interi paesi e centinaia di famiglie colte nel sonno. In un comunicato ufficiale la prefettura di Belluno conferma quanto si temeva: oltre 2.000 morti (tra cui 487 bambini e ragazzi con meno di 15 anni ndr). È dall’aereo più che da terra la visione terrificante del paesaggio sconvolto dalla furia delle acque. Dove è passata la gigantesca onda, ora è un fiume di fango“. Queste furono le parole del cronista che il giorno dopo la strage sorvolò la valle, ormai ridotta ad un cimitero.
Duemila morti, un numero di vittime che si avvicina a quelle degli attentati dell’11 settembre.
La diga, così come tutta la sua storia “resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica”, scrisse la coraggiosa giornalista dell’Unità Tina Merlin nel suo libro intitolato “Sulla Pelle Viva”.
La cronista passò ogni tipo di angheria per aver denunciato l’insostenibilità di quell’opera. Inascoltata dalle istituzioni, nel 1959 il conte Vittorio Cini, ultimo presidente della SADE, una delle più importanti società idroelettriche italiane e costruttrice della diga del Vajont, fece denunciare la giornalista dai carabinieri di Erto per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” tramite i suoi articoli. Fu processata e assolta il 30 novembre 1960 dal giudice Angelo Salvini del tribunale di Milano perché il fatto non costituiva reato.
La mattina del 10 ottobre 1963, della valle del Vajont rimase solo un cumulo di fango e acqua.
Le popolazioni vennero sgomberate dall’esercito.
I supervisori della ‘Sade’ Alberico Biadene e Mario Pancini vennero rinviati a giudizio per disastro colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Pancini si suicidò per la vergogna il 28 novembre 1968. Biadene venne condannato a cinque anni, di cui tre condonati, per non aver avvisato la popolazione dell’imminente disastro.
Anche in assenza di accertate responsabilità penali non si possono ignorare le gravi e irresponsabili scelte poste in essere dalla classe dirigente. Ma andiamo per ordine.

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La giornalista dell’Unità, Tina Merlin


Cronaca di una morte annunciata


La storia partì negli anni ’20, quando la veneziana Sade, una delle più importanti società idroelettriche italiane, individuò un sito perfetto per ospitare un nuovo lago artificiale: una profonda gola nelle Prealpi a confine tra Veneto e Friuli, la valle del Vajont, dal nome del torrente che bagna la vallata.
La nuova struttura, secondo la compagnia della Serenissima, doveva servire come bacino di riserva, una sorta di salvadanaio dell’acqua dal quale attingere nei periodi di siccità del fiume Piave che dava acqua a tutti gli altri impianti veneti.
Con l’avvento del fascismo in Italia, la Sade ebbe la strada spianata. Il proprietario della società, Giuseppe Volpi Conte di Misurata, riuscì a strapparsi un posto nel governo Mussolini come ministro delle Finanze. Uno dei suoi primi atti fu quello di convincere il Duce a varare una legge che conferì finanziamenti pari al 50% a fondo perduto ai costruttori di nuovi impianti idroelettrici, quindi anche alla sua società.
Il progetto per la costruzione della diga venne presentato nel 1940. L’approvazione avvenne solo 15 settembre 1943 per mano della Quarta commissione dei lavori pubblici con l’Italia nel caos e senza neanche aver raggiunto il numero legale per la votazione, 13 consiglieri su 34.
Ed è in questo modo truffaldino che la Sade, con la caduta del regime e il trionfo della Repubblica, riuscì ad ottenere il beneplacito dal presidente della repubblica dell’epoca Luigi Einaudi, per iniziare l’edificazione dell’impianto.
Ma quando il cantiere aprì iniziarono anche le ingiustizie. Fu l’inizio del dramma.

Un Governo di “briganti”


La società veneziana, da quando negli anni Cinquanta aprì il cantiere nella valle, creò non pochi problemi agli abitanti di Erto e Casso, il paese situato sulla punta del monte Toc. In primis, espropriò ai contadini i terreni sui versanti delle due montagne pagandoli a prezzi risibili. Per chi invece non cedette alle offerte in denaro, venne applicata la vendita forzata. Inoltre i lavori di costruzione della diga vennero spinti anche se le autorizzazioni ministeriali non erano ancora state concesse.
In tutto questo non si tenne conto, colpevolmente, che l’unica perizia effettuata sulle sponde del serbatoio risaliva al 1937 a firma dell’esperto geologo Giorgio Dal Piaz.
Nessuno al ministero dei lavori pubblici pensò di mandare un tecnico a controllare il procedere dei lavori o un geologo per aggiornare la perizia del ’37. Vennero mandati solo i membri della commissione di collaudo nominata dal democristiano Giuseppe Togni (Ministro dei lavori pubblici del governo a guida democristiana, con Antonio Segni come presidente del Consiglio) nel 1959.
Questa commissione, in parole povere, non fece nulla. Addirittura spacciano i dati tecnici forniti al tempo dalla Sade come loro relazione.
Lo Sade si mise così in tasca la relazione ‘farsa’ e continuò nella costruzione della diga.

Segni di cedimento


Le cose, da quel momento, iniziarono a precipitare. Nella diga di Pontesei, a pochi chilometri da quella del Vajont, i geologi notarono delle fessurazioni sulle sponde del lago e constatano lo scivolamento in avanti di uno dei versanti della montagna. Si decise così di abbassare il livello d’acqua del serbatoio artificiale per evitare che in caso di frana questa potesse tracimare scavalcando la diga.
Accade però un fatto imprevisto: più acqua si toglie e più la frana scivola in avanti.
La Sade decise di mandare in ‘ispezione’ un carpentiere. Non un tecnico, non una squadra di operai. Ma un carpentiere, tale Arcangelo Tiziano. Il 22 marzo 1959, mentre eseguiva l’ispezione la sponda cedette e un’onda di dieci metri lo travolse. Il corpo venne portato in fondo al lago e non venne mai ritrovato.
Intanto, gli operai continuarono a costruire la diga del Vajont e la Sade spinse per effettuare già le prime prove d’invaso, cioè iniziare a riempire d’acqua il serbatoio.
Il bacino di acqua si alzò e il monte Toc iniziò a scuotersi e una grossa crepa si aprì nelle zone vicine alla vetta della montagna.

Man mano che il livello del bacino si alzò, il monte Toc iniziò a scuotersi, provocando dei tonfi sordi e una grossa crepa si creò nelle zone vicine alla vetta della montagna. Il 4 aprile 1960 un costone del versante della montagna cadde nelle acque del lago del Vajont. Fu un segnale.
L’instabilità della zona venne anche certificata da un geologo di fama internazionale, tale Leopold Muller, austriaco, della scuola di Salisburgo.
La relazione venne firmata da uno dei suoi aiutanti, Edoardo Semenza, figlio di Carlo Semenza, geologo laureato a Padova. Edoardo confermo tutte le rivelazioni di Leopold Muller, aggiungendo che quei 260 milioni di metri cubi di roccia sono attaccati al toc “con lo sputo”. O, come disse Marco Paolini nel suo celebre monologo, con “la tela di ragno“.
Nonostante l’allarmante relazione dello specialista le prove d’invaso continuano senza sosta. Motivo?
È il 1961, periodo in cui arrivò la nazionalizzazione delle industrie idroelettriche quindi la Sade dovette cedere l’impianto all’Enel ma, per poterlo liquidare al miglior prezzo, doveva gioco forza completare il collaudo.
La Sade, inoltre, tenendo all’oscuro l’Enel, fece anche diverse prove della caduta della frana su un modellino in scala vicino a Vittorio Veneto. Non lo fece per vedere cosa sarebbe successo ai paesi della vallata in caso di un cedimento della diga. Fece le prove di una catastrofe per vedere le conseguenze dell’acqua sulla sua diga. E per vedere se l’impianto sarebbe utilizzabile in futuro, anche dopo la frana. Sapevano quindi quello che stava per succedere ma non fecero nulla.

Morte


9 ottobre 1963, ore 22:39. Dal Monte Toc si staccò una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia che precipitò nel bacino artificiale del Vajont sollevando un’onda di 350 metri. Prima il vento mortale, spinto dalle acque. Poi il buio, morte e fango.
L’epilogo mortale di una storia fatta di incuranza, ingordigia e tracotanza. La stessa che ha strozzato il popolo italiano dalla monarchia ad oggi.

Info: attimidistoria.it

Rielaborazione grafica con fotografie dell’epoca by Paolo Bassani

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