La svolta di Ramstein

La svolta di Ramstein

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Dopo 34 anni dal disastro dell’Airshow Flugtag ’88, la maledizione di Ramstein ha colpito di nuovo, ma questa volta le conseguenze sono imprevedibili ed enormemente più gravi

Di Domenico Gallo

Una maledizione grava sulla base NATO di Ramstein in Germania. Da quando il 28 agosto 1988 durante l’Airshow Flugtag ’88, nel corso di un’esibizione della pattuglia acrobatica italiana si verificò una collisione fra i tre Aermacchi MB 339 delle frecce tricolori, uno dei quali cadde sulla folla causando 67 vittime e 346 feriti tra gli spettatori. Morirono anche i tre piloti, uno dei quali, il tenente colonnello Ivo Nutarelli, era un testimone chiave della strage di Ustica perché la sera del 27 giugno 1980 si trovava in volo sul Tirreno meridionale ed aveva assistito alla battaglia aerea che aveva portato all’abbattimento del DC9 in volo da Bologna a Palermo. Il caso ha voluto togliere di mezzo un testimone, ma difficilmente si potevano ipotizzare circostanze più tragiche.

Dopo 34 anni, la maledizione di Ramstein ha colpito di nuovo, ma questa volta le conseguenze sono imprevedibili ed enormemente più gravi.

Il 26 aprile, su invito degli Stati Uniti, si sono incontrati nella base statunitense di Ramstein i ministri della Difesa di 40 Paesi per un vertice straordinario sull’Ucraina.  Non solo i Paesi della NATO, ma anche, fra gli altri, Svezia, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda. In apertura del summit il segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin ha dichiarato: “Oggi siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la battaglia contro la Russia. La battaglia di Kiev entrerà nei libri di storia. Ma ora dobbiamo capire di cosa ha bisogno l’Ucraina per combattere. Vogliamo rendere più difficile per la Russia minacciare i suoi vicini e indebolirla in questo senso”. Quindi ha ribadito: “Vogliamo essere sicuri che non abbiano più le capacità per bullizzare i loro vicini, quelle che avevano prima che iniziasse il conflitto in Ucraina”. Austin ha inoltre paragonato la resistenza del popolo ucraino contro i russi a quella degli europei e degli americani contro i nazisti, aggiungendo che proprio questa resistenza “ha ispirato tutto il mondo libero, e ha portato grande determinazione alla NATO e gloria all’Ucraina”.

A Ramstein è stata stipulata una sorta di Santa Alleanza dei paesi dell’Occidente con l’obiettivo di fornire una poderosa assistenza militare in grado di consentire all’Ucraina di sconfiggere la Russia e di metterla in condizione di non nuocere per il futuro, costi quel che costi in termini di distruzioni e morti. Contemporaneamente il Presidente Biden ha annunciato lo stanziamento di 20 miliardi di dollari in armamenti, mentre il premier inglese Boris Johnson ha incoraggiato l’Ucraina ad esportare la guerra in Russia, dichiarando di considerare “interamente legittimo” l’uso da parte ucraina di armi fornite dal Regno Unito per prendere di mira obiettivi all’interno del territorio della Russia.

Poiché la sconfitta di una superpotenza militare come la Russia non è una cosa facile, il Segretario della NATO Stoltenberg ha dichiarato al summit della Gioventù della NATO, il 28 aprile, che “questa guerra potrebbe trascinarsi e prolungarsi per mesi o anni”.

A questo punto è ormai innegabile che la guerra in corso non è più un conflitto fra Russia ed Ucraina, ma si è trasformata in una guerra per procura di USA, GB e NATO contro la Russia e che l’obiettivo non è un negoziato con concessioni reciproche per porre fine alla guerra, ma la sconfitta militare della Russia. Cosa intende Kiev per sconfitta della Russia ce lo dice Kirill Budanov, capo del Kgb ucraino, citato da Domenico Quirico (La stampa del 5 maggio): “La disintegrazione della Russia o la rimozione di Putin con una sopravvivenza relativa della Russia”.

In un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera del 1° maggio l’economista americano Jeffrey Sachs, docente della Columbia University, ha dichiarato: “La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili ma sono comunque chiari. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro americano in termini militari politici ed economici, qui è la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai dato un segno di compromesso né prima che la guerra scoppiasse né dopo. Quando Zelensky ha lanciato l’idea della neutralità, l’Amministrazione americana ha mantenuto un silenzio di tomba. Ogni giorno setaccio i media per trovare almeno un caso di un esponente statunitense che approvi l’obiettivo di negoziare un accordo. Non ho visto una sola dichiarazione”.

Purtroppo, più si alza il tono dello scontro e più cresce il rischio di estensione del conflitto, che si avvita in una spirale di violenza della quale non è possibile prevedere l’esito.

Nell’intervista citata Jeffrey Sachs mette il dito nella piaga: “Il grande errore è credere che la NATO sconfiggerà la Russia tipica arroganza e miopia americana. Difficile capire cosa significhi sconfiggere la Russia dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio Paese i leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino: meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della sconfitta di Putin”. Dopo Ramstein ci troviamo di fronte ad una svolta della guerra e forse della storia. La Santa Alleanza ci porta dritti all’inferno. Per favore niente vittoria, preferiamo la pace!

Tratto da: domenicogallo.it, Antimafiaduemila

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