Quella finale di coppa vista da Israele è inaccettabile

Quella finale di coppa vista da Israele è inaccettabile

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La questione l’ha sollevata Chef Rubio con un post al vetriolo indirizzato al “Capitano” Francesco Totti, ma il problema morale riguarda l’intera federazione sportiva.

La decisione di seguire la finale di Champions League – la principale coppa europea – in Israele, alla luce di quanto il mondo ha visto nelle settimane scorse a Gaza e in tutta la Palestina, deve essere rivista.

E’ un atto dovuto di fronte alle centinaia di civili palestinesi morti e feriti sotto le bombe israeliane a Gaza o per le strade di Gerusalemme, Cisgiordania e città arabo/israeliane occupate nel 1948. E non ci si venga a parlare dei missili di Hamas, perché sempre a Gaza nel 2018 furono uccisi 234 palestinesi e migliaia vennero feriti dai soldati israeliani durante le manifestazioni della “Marcia del Ritorno” a ridosso del confine. E non lanciavano missili ma al massimo sassi con le fionde e aquiloni con rudimentali bottiglie molotov.

Non è un mistero che le autorità israeliane utilizzino gli eventi culturali e sportivi come fonte di legittimazione del proprio modello di occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, soprattutto con la pretesa di vedere Israele inserita nelle manifestazioni europee, quasi che ne fosse un membro di fatto e di diritto. Per onestà occorre ammettere che tale trattamento di riguardo non è riservato alla sola Israele ma anche ad un altro paese che gode di straordinaria e immotivata indulgenza come Turchia.

E’ vero che lo sport dovrebbe avere il ruolo di unire lì dove si è divisi e rappresentare sul piano della competizione agonistica l’antitesi della competizione politica e militare. Sappiamo tutti che così non è.

Al di là di alcuni episodi fortemente simbolici (la partita di ping pong tra Cina e Usa nei primi anni ’70) sia l’uso sempre più affaristico dello sport sia i segnali che alcune scelte mandano, hanno fatto si che la “neutralità” degli eventi sportivi sia andata completamente perduta dentro il prevalere di altri parametri, in cui politica e business la fanno da padroni.

L’esperienza ci ha insegnato che le pressioni internazionali possono costringere uno Stato a cambiamenti nella propria politica. E’ il caso del Sudafrica dell’apartheid.

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Forti di questi risultati, da anni è in corso una campagna internazionale di Boicottaggio, Sanzioni, Disinvestimento (Bds in sigla) verso Israele che gli apparati israeliani temono moltissimi e contrastano con ogni mezzo proprio perchè consapevoli della sua potenzialità. Sospendere gli eventi sportivi in Israele è una delle richieste che vengono avanzate proprio per costringere le autorità israeliane a cessare con la loro politica di occupazione coloniale e apartheid contro i palestinesi.

Chef  Rubio, come è sua caratteristica, è andato giù con lo spadone e forse nell’epoca delle mezze parole, dei silenzi che diventano complicità e delle ipocrisie che la nascondono, non poteva fare altrimenti.

Ha usato come bersaglio “Il Capitano” Francesco Totti, chiamato a fare da testimonial alla finale di Champions League da Israele. E in qualche modo ha chiamato all’appello tutti gli estimatori di un giocatore tra i più amati e stimati.

Qualcuno di noi già si è unito all’appello scrivendo a Totti e chiedendogli di ripensarci e di non prestarsi a questa operazione di legittimazione dell’occupazione e dell’apartheid israeliano contro il popolo palestinese. Sarà un bene se questa pressione morale crescesse, e rapidamente, nelle prossime ore.

Molte volte porre un problema serve a far riflettere chi lo ignorava, ma serve comunque a far sapere che nessuna legittimazione dell’oppressione può passare inosservata e senza contrasti.

Chef Rubio ha fatto bene a porre il problema.

Tratto da: Contropiano.org

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