Pino Arlacchi a l’AD: “I BRICS hanno sfondato. Ma in Italia nessuno ne parla”

Pino Arlacchi a l’AD: “I BRICS hanno sfondato. Ma in Italia nessuno ne parla”

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di Alessandro Bianchi

“Ormai hanno superato in termini di PIL misurato secondo il potere di acquisto il valore del G7 ed hanno sfondato, ma il grande pubblico, soprattutto in Italia, non ne sa nulla”. Esordisce così a l’AntiDiplomatico l’ex vicesegretario Onu ed europarlamentare, Pino Arlacchi, da poco divenuto il coordinatore del comitato scientifico del neo-nato Istituto Italia-Brics presieduto da Vito Petrocelli, il senatore 5 Stelle destituito dalla carica di presidente della Commissione Affari esteri per aver sfidato i diktat draghiani sull’invio delle armi in Ucraina.

“Se anche il Financial Times, e per lo più a firma di un banchiere, pubblica un lungo editoriale sui Brics e i possibili scenari di de-dollarizzazione, significa che sono veramente preoccupati”, prosegue Arlacchi. E “l’ultima goccia” è stato il sequestro delle riserve della Banca Centrale russa depositate nelle banche occidentali. “Parliamo di 300 miliardi di euro ed è un attacco frontale alle fondamenta giuridiche del capitalismo, ai suoi diritti di proprietà ed alla sicurezza dei suoi scambi”. In altri scritti l’ex vicesegretario Onu aveva già definito “Tafazzi Game” questa scelta autolesionista dell’Occidente contro Mosca, ma a l’AntiDiplomatico specifica meglio alcuni passaggi forse sottovalutati soprattutto in Italia. “Il procedimento pratico del sequestro è stato confezionato nei dettagli da Draghi, allora primo ministro italiano, su mandato diretto di Ursula Von Der Leyen, e da Yenet Allen per gli Stati Uniti. Si è deciso per una misura ultraradicale, quasi senza precedenti, dato che un provvedimento analogo fu adottato solo contro la Germania nazista e dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Sequestrare tutti i beni della Banca centrale russa in Occidente è stato un messaggio forte e devastante, che tantissimi paesi hanno colto in chiave non favorevole agli USA ed ai loro alleati”.

Quando chiediamo ad Arlacchi come interpreta le nuove richieste di adesione al gruppo Brics provenienti da un numero così alto di paesi (anche alleati o ex alleati storici del blocco euroamericano), la risposta è conseguente. “L’azione contro la Banca centrale russa ha anche colpito il predominio del dollaro, che è il bene rifugio più importante della finanza mondiale. Essa ha fatto saltare il banco: la fuga dal dollaro è adesso una misura di prudenza obbligatoria per tutte le banche centrali.

La parola d’ordine ora è “diversificazione delle riserve di valuta”. “Se pensate che anche l’Egitto, i paesi del Golfo e perfino Israele hanno deciso di ridurre la quota delle loro riserve in dollari, avete la portata di cosa stia avvenendo. La loro sensazione è che ciò che è capitato alla Russia oggi, domani può succedere a qualunque altro paese. Ed i Brics si stanno preparando ad annunciare, forse già dal loro prossimo incontro, una loro proposta di alternativa al regno del dollaro”….

Tutto questo porta ad un cambiamento che per l’ex vice-segretario delle Nazioni Unite è ineluttabile.  “E’ in atto un processo di de-dollarizzazione. Il possesso di dollari come bene rifugio e come valuta di riserva è sempre meno indispensabile”. Quando nel 1971, sottolinea Arlacchi, Nixon impose al mondo l’uso di una divisa non più convertibile in oro, lo fece essendo ben consapevole che non c’erano alternative per le vittime. Gli Stati Uniti detenevano allora quasi la metà della ricchezza mondiale. Erano la forza trainante dell’economia reale e del commercio internazionale.  Oggi rappresentano solo il 17% del PIL planetario, la Cina produce il doppio del loro output industriale, e l’unico campo in cui Washington prevale nettamente è quello finanziario. Grazie a Wall Street e al Tesoro, sono ancora i padroni della finanza mondiale. “Le loro sanzioni, tuttavia, funzionano ormai solo nel campo degli scambi finanziari. Per il resto vengono evase con crescente facilità, anche se continuano a devastare le popolazioni povere di alcuni paesi. Il blocco delle importazioni di medicinali e attrezzature sanitarie causato dal rifiuto delle banche internazionali di compensare ogni tipo di transazione, anche quelle dei “non-sanctionable items”, tra il Venezuela e l’Occidente ha provocato 30mila decessi aggiuntivi”.

Ed oggi l’economia mondiale dipende dall’ Asia e dalla Cina. Dalla loro capacità di sostenere la domanda globale di beni di consumo e dal livello dei loro investimenti interni ed esteri. E’ grazie alla Cina che la crisi del 2008 non si è trasformata in una ripetizione del disastro del 1929. E’ grazie alla ripresa dell’economia cinese post-Covid che è forse possibile evitare una recessione economica dell’Europa data per certa come conseguenza della guerra tra NATO e Russia. “I tedeschi possono continuare ad esportare le loro auto e noi e i francesi a vendere beni di lusso in Cina, grazie ad una domanda in crescita generata dalla crescente prosperità di Pechino e di quasi tutto il resto dell’Asia orientale. Sono questi i nuovi partner economici dei quali l’Europa non può fare a meno. Gli Stati Uniti sono ancora un partner fondamentale, ma solo in campo militare e nel perimetro della politica atlantista.”

Sull’inevitabilità di un mondo multipolare, il prof. Pino Arlacchi sviluppa in modo abile e coerente la visione del suo maestro Giovanni Arrighi, scomparso nel 2010, attualizzandone e specificandone vari aspetti. “Lo dico da anni. Siamo già da alcuni decenni – dalla fine della Guerra fredda- in un mondo multipolare. Quello che sta avvenendo ora è un qualcosa che è accaduto nel corso degli ultimi seicento anni: potenze in declino che cercano di impedire a quelle in ascesa di contare nelle relazioni internazionali. Con la fondamentale differenza della difficoltà di uso della forza militare. Sono andato un po’ più avanti di Arrighi perché ho sciolto nei miei ultimi studi il suo dilemma sulla fine incruenta dell’impero americano“.

Ed è proprio qui che sta l’aspetto più interessante e innovativo della ricerca di Arlacchi. “Il mondo multipolare non è un gioco a somma zero, ma un sistema fluido in cui ogni paese ha la possibilità di cercare le proprie alleanze, format, forum sulla base dei propri interessi nazionali. Il blocco euro-americano, sottolinea Arlacchi, è sempre più isolato. La leadership europea è demoralizzata. Dietro i proclami bellicisti antirussi non c’è alcuna convinzione profonda. Una vera classe dirigente non avrebbe accettato supinamente un’azione così sconsiderata come l’attacco terroristico perpetrato dagli USA e da alcuni complici europei ad una infrastruttura, il Nord Stream, cruciale per i suoi rifornimenti di energia“.

Nonostante la sua pochezza e subalternità, prosegue Arlacchi, l’attuale leadership europea sarà obbligata presto o tardi a porre un alt agli Stati Uniti. “Un primo segnale sono proprio le sanzioni alla Russia che l’asse francotedesco non ha voluto applicare con rigore consentendo alla Turchia e all’ Azerbaijan di venderci i carburanti appena arrivati presso di loro dalla Russia, e rifiutandosi di andare ad un ulteriore giro di vite sanzionatorio proposto dagli USA.”

Sulle sanzioni Arlacchi torna spesso. E’ divenuto un grande esperto anche grazie alla collaborazione con l’ex inviato Onu in Venezuela Alfred De Zayas e non ha dubbi sulla loro inefficacia. “Sono un boomerang e rappresentano alla perfezione l’incapacità dell’Occidente di guardare la realtà con gli occhi dell’altro. Si pensava di dimezzare l’economia russa- me li ricordo i vari Letta o Di Maio prevederne il crollo in pochi mesi – e invece non solo non c’è stato alcuno sfascio ma si è formata addirittura una spinta a costruire interi settori di industria nazionale finalizzati a produrre beni che prima dovevano essere importati. Si è ripetuta qui la stessa storia che si è vista in Iran, dove 30 anni di sanzioni hanno contribuito a creare una “non-oil economy” che ha permesso alla Repubblica islamica di diversificare l’economia al punto che il petrolio oggi rappresenta solo il 25% del Pil nazionale. In Venezuela, 6 anni di sanzioni hanno obbligato Caracas a guadagnarsi l’autosufficienza alimentare. Tutto ciò significa un aumento della sovranità sull’ uso delle proprie risorse, ed un corrispondente aumento dello spazio di manovra in campo internazionale. Altro che “regime change”!.

Nel caso della Russia, poi, si è preteso di colpire e affondare la nazione più ricca di risorse naturali del pianeta, in grado di raggiungere un livello di autosufficienza precluso a chiunque altro, USA inclusi.

La fine dell’unilateralismo e della possibilità delle forze euroamericane di guidare il mondo si percepisce in modo netto in quello che sta accadendo in Medio Oriente. Il ritiro degli Stati Uniti deciso da Trump per Siria e Iraq, e quello di Biden per l’Afghanistan ha contribuito a distendere le relazioni interne alla regione invece di promuovere il caos come presagito dalla stampa filo NATO. “E’ un dato di fatto ma nessuno ne parla. Gli attentati terroristici sono diminuiti di quasi il 90%, così come le vittime della guerra civile siriana che prima dell’intervento russo ed iraniano avevano raggiunto la cifra di quasi 100mila all’anno. Le relazioni tra i principali paesi sono complessivamente migliorate. Parlo dei rapporti tra Siria e Turchia, e tra l’ Iran e le potenze regionali.”.

Laddove gli Stati Uniti si ritirano c’è normalizzazione e distensione. “Il Medio Oriente post-americano non è più una polveriera.”

Ma il declino della minaccia mediorientale e la quasi scomparsa del terrorismo di matrice islamica ha creato un “problema” per l’industria della paura. Dove trovare un nuovo nemico capace di sostenere acquisto di armamenti, vendita di giornali ed audience dei telegiornali? “L’ elezione della Russia a “diavolo del giorno” ha riempito questo vuoto. Si è trattato di una operazione a freddo, calcolata e programmata da tempo, cui si è prestato Putin invadendo l’Ucraina invece di limitarsi a distruggerne l’infrastruttura militare. E’ una operazione a freddo perché attuata dai leader politici senza alcuna spinta da parte della gente. I sondaggi mostrano l’assenza di un risentimento anti-russo da parte delle popolazioni europee, ed un netto rifiuto dell’invio di armi all’Ucraina”.

Arlacchi ci lascia con una spinta ottimistica sull’esito negoziale del conflitto con la Russia. “Non esiste altra strada. L’Europa e gli USA dovranno ammettere che non possono vincere sul campo. Lo sapevano già un anno fa, quando si era quasi sul punto di far cessare le ostilità grazie agli incontri di Istanbul”. L’alternativa, del resto, è quella di un “frozen conflict” suscettibile “di durare a tempo indefinito”.

Tratto da: L’antidiplomatico

 

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