Annessione parte Cisgiordania. Un altro importante pezzo di Palestina cadrà in mano israeliana

Annessione parte Cisgiordania. Un altro importante pezzo di Palestina cadrà in mano israeliana

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Tempo di lettura: 5 min

Di Paola Di Lullo
 
E così ci siamo. Manca poco meno di un mese. Il prossimo I luglio, il governo Netenyahu – Gantz si annetterà quella parte di Cisgiordania che Trump, il presidente USA sotto attacco in questi giorni “a casa sua”,  ha donato ad Israele con il tristemente famoso “Piano o Accordo, (stipulato senza i Palestinesi) del Secolo”. Un altro importante pezzo della famosa terra senza popolo per un popolo senza terra cadrà in mano israeliana. Peccato che quella terra, la Palestina, un popolo lo avesse e lo abbia ancora.

Trump, non pago di aver dato attuazione al Jerusalem Embassy Act, regalando ad Israele Gerusalemme est, nel dicembre 2017, quest’anno, regalerà agli eletti il 20,5% della Cisgiordania.

Andiamo con ordine.

Israele si annesse Gerusalemme ovest durante la I Guerra arabo-israeliana, scoppiata nel ’48, all’indomani dell’approvazione della risoluzione ONU 181, e la comunità internazionale lasciò fare. Non accadde lo stesso con l’annessione di Gerusalemme est nel ’67, durante la guerra dei Sei giorni.  Dapprima l’ONU con innumerevoli risoluzioni,  poi l’UE ed i presidenti  USA stessi, non attuando il JEA, condannarono di fatto l’annessione della città vecchia, sede dei santuari delle tre religioni monoteistiche.

Se sul terreno Gerusalemme era israeliana, sulla carta restava palestinese, posta sotto mandato internazionale, proprio per la sua importanza religiosa.

Il 23 ottobre 1995 il congresso americano aveva approvato, senza la firma del presidente, il Jerusalem Embassy Act, che riconosceva Gerusalemme capitale dello stato di Israele, quale città unica ed indivisibile. La conseguenza inevitabile sarebbe stata il trasferimento dell’Ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme.
Nonostante ciò, la legge consentiva al presidente degli USA in carica la possibilità di rimandare di sei mesi la sua applicazione per motivi di “sicurezza nazionale”. Il rimando, attuato a più riprese da Clinton, Bush e Obama, è stato annullato da Donald Trump. Il 5 giugno 2017, il Senato degli Stati Uniti ha approvato all’unanimità una risoluzione per commemorare il 50º anniversario della riunificazione di Gerusalemme.

Il 14 maggio 2018, a settant’anni dall’autoproclamazione dello stato d’Israele e dall’inizio della Nakba palestinese, l’ambasciata USA è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme.
E, mentre Mike Pompeo starebbe cercando di prendere tempo, Netanyahu preme affinché l’annessione avvenga in tempi rapidi, perché non è affatto scontata la rielezione di Trump il prossimo novembre. Dopo l’accordo tra il Likud e il Blu e Bianco di Benny Gantz, Bibi è di nuovo premier, seppur indagato ed incriminato per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Ed è pronto, prontissimo a mettere le mani su un altro importante pezzo di Palestina. L’intera Valle del Giordano, Cisgiordania, occupata con Gerusalemme est durante la guerra del ’67. L’occupazione dei territori palestinesi è stata condannata, in particolare attraverso le risoluzioni ONU 242 e 338, in quanto violazione del diritto internazionale.

La Valle, Zona C, secondo gli Accordi di Oslo, vale a dire sotto totale controllo israeliano, si estende da est di Khalil, a sud, fino ad est di Jenin, a nord, lungo tutto il percorso del mar Morto e del fiume Giordano.

1200 km quadrati ricchi di colture di ogni tipo,  di minerali e di suolo agricolo,  altamente strategici, perché lungo il confine giordano.

Vi si trovano anche  12 villaggi della Zona B con 13.500 abitanti distribuiti su 425 ettari di territorio che saranno immediatamente sottoposti a giurisdizione israeliana, sottratti all’Autorità Palestinese.  E 28 piccole colonie israeliane, che ospitano 13.600 persone in un’area piccolissima. I coloni coltivano meno di 8.000 ettari di terra, non di loro proprietà. 
Resterà “libera” Gerico ( zona A) che, con i dintorni, 7.000 ettari e 43.000 abitanti, diventerà un’enclave palestinese in Israele. Il termine più esatto, già oggi, è bantustan.  

Di questi 120.000 ettari, 28.000 sono proprietà privata palestinese. Secondo la legge sulla Proprietà degli Assenti, emanata nel 1950, “i beni dei palestinesi residenti al di fuori dei confini di Israele, o in paesi ostili, vanno confiscati”. La legge ha subito diverse modifiche, per permettere il sequestro della massima quantità possibile di terreni e immobili palestinesi e l’ultima modifica risale al 2004.* Se Israele applicasse questa legge, potrebbe gradualmente cedere le terre palestinesi ai coloni israeliani ma, nel frattempo, fin quando l’esproprio non sarà esecutivo, dovrebbe consentire l’accesso ai proprietari palestinesi, per dar loro la possibilità di continuare a coltivare la terra. In questo modo si dovrebbero istituire decine di varchi, vigilati da soldati che ne garantirebbero il funzionamento.

L’altra opzione sarebbe espropriare le terre per “uso pubblico”, che sarebbe  esclusivamente ebraico, come avvenuto a Gerusalemme est,  dove lo Stato ha confiscato circa 2.800 ettari di proprietà araba, sui quali ha costruito 60.000 unità abitative per gli ebrei e solo 1.000 per i Palestinesi.

Non è previsto il rilascio della cittadinanza israeliana per i palestinesi che vivono nella zona. Tra 50.000 e 60.000 palestinesi si troveranno sotto totale controllo israeliano senza alcun riconoscimento.
Infine, l’annessione aggiungerà, tra la Valle del Giordano ed il resto della Cisgiordania,  un nuovo confine di 200 km, lungo quanto il confine tra Israele e l’Egitto.  Non è dato ancora sapere se ci sarà anche un nuovo muro.

A questo si aggiungeranno altri 60 km di frontiera intorno all’enclave di Gerico, quasi la lunghezza del confine di Israele con la Striscia di Gaza. In assenza di una recinzione, comincerà una caccia a terroristi e residenti illegali.

Ed intanto la comunità internazionale, così come l’ONU e l’UE, tranne parole di condanna, resta immobile. L’Unione Europea ha affermato che non riconoscerà l’annessione israeliana o eventuali modifiche al confine noto come Green Line. “L’UE e i suoi stati membri ricordano che non riconosceranno alcuna modifica ai confini del 1967 se non concordati da israeliani e palestinesi”, ha dichiarato il diplomatico di spicco dell’UE Josep Borrell in una nota.

“La soluzione a due stati, con Gerusalemme come capitale futura per entrambi gli stati, è l’unico modo per garantire pace e stabilità sostenibili nella regione”, ha aggiunto Borrell, ribadendo la posizione di lunga data dell’UE.
Nickolay Mladenov, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, ha affermato che Israele “deve abbandonare le minacce di annessione”.

Se non si agirà presto, prestissimo, ci si renderà complici, ancora una volta, dell’ennesimo furto di terra palestinese ad opera dei sionisti ebrei e delle decisioni di un capo di stato, anzi due, che si beffano del diritto internazionale. Dove sono sanzioni, embargo, rottura di rapporti diplomatici e commerciali con lo stato ebraico? Perché sanzioniamo Cuba o il Venezuela che non hanno rubato la terra di nessuno, ma hanno rifiutato di piegarsi alla nostra “democrazia”, in casa loro, mentre strizziamo gli occhi ad Israele? Se Israele può non rispettare le Risoluzioni ONU, davvero crediamo che possa essere turbato da una nota di Borrell o dall’ennesima dichiarazione dell’inviato speciale ONU?

Paradossalmente, la resistenza più dura, l’unica che potrebbe mettere a repentaglio l’annessione, sta  arrivando in questi giorni dai capi dei coloni. Perché il piano, sostengono, aprirebbe le porte a uno stato palestinese, ponendo fine a qualsiasi espansione degli insediamenti israeliani in gran parte della Cisgiordania ed uccidendo il progetto religioso-sionista di ottenere il dominio sull’intera “patria biblica degli ebrei”.

Ma, è evidente anche a chi supportava la linea dei due stati,  30 anni di colloqui di pace non hanno portato a nulla, sono stati una mera presa in giro, una perdita di tempo prezioso, complice anche la debolezza dell’ANP e del presidente Mahmoud Abbas, sempre più isolato e lontano dal suo popolo.

Pochi giorni fa, ha annunciato, per l’ennesima volta, la chiusura degli accordi di cooperazione con le forze israeliane previsti da Oslo. Pur volendo accordargli fiducia, forse è un po’ tardi. Forse, la carta della diplomazia e della collaborazione con Israele, non hanno pagato. Anzi, chi pagherà sarà ancora una volta il popolo palestinese.

Eppure, Israele potrà vincere sulla carta, giocando, al solito sporco, ma non fiaccherà mai la Resistenza Palestinese. Quella terra martoriata, potranno chiamarla come loro più aggrada, ma era, è e sempre sarà, Palestina.

*Nel 2004 il governo israeliano ha emesso un emendamento che consente all’Amministratore dei fondi degli assenti di disporre delle terre e cederle alla cosiddetta Autorità di sviluppo, gestita dal Dipartimento delle Terre d’Israele, che a sua volta controlla il 93% della terra nello Stato ebraico. Successivamente, l’Autorità di sviluppo destina i terreni alle imprese di costruzione, come Amidar e Hmenota, attive nella edificazione e espansione degli insediamenti illegali israeliani, soprattutto a Gerusalemme Est.

L’applicazione della legge è un pretesto israeliano per sfruttare, a scopi coloniali, terre e proprietà palestinesi, messe a disposizione delle compagnie di costruzione, sulla base dell’assunto che esse (le terre confiscate) sono di esclusiva proprietà del popolo ebraico.

FONTI : Hareetz
              The Times of Israel
              Middle East Eye

Tratto da: L’Antidiplomatico

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