Li hanno chiamati “Accordi di Abramo”, in virtù della paternità che il patriarca rappresenta per tutte e tre le religioni monoteiste, ma questi accordi non hanno a che fare con la fede. Né tantomeno con la pace, come si è lasciato intendere. Quelli stipulati a metà settembre alla Casa Bianca tra il presidente Donald Trump, l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu, e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Abdullah bin Zayed Al Nahyan e del Bahrein Abdullatif bin Rashid Al-Zayan, sono accordi squisitamente di carattere strategico, economico e soprattutto militare. Ne è prova la notizia che giunge da oltreoceano del via libera da parte dell’amministrazione di Donald Trump della vendita di armamenti agli Emirati Arabi Uniti come premio per il raggiungimento della normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele. Si parla di un maxi affare che prevede la concessione agli emiratini di 50 jet Lockheed Martin Co LMT.N, meglio noti come F-35, dal valore di 10,4 miliardi di dollari, 18 droni armati di ultima generazione modello Reaper MQ-9B, dal costo di quasi 3 miliardi di dollari e un lotto di missili aria-aria e terra-aria dal valore di 10 miliardi di dollari. Il maxi-deal dal valore complessivo di circa 23 miliardi di dollari è stato formalmente notificato al Congresso americano dal segretario di Stato Mike Pompeo due giorni fa, anche se questi ne era già al corrente da oltre un mese.

L’approvazione della concessione degli F-35 – che l’amministrazione Trump conta di ottenere per il 2 dicembre, data della Giornata nazionale degli Emirati Arabi Uniti – è soggetta a un periodo di revisione del Congresso di 30 giorni, ed è incerto se i legislatori solleveranno o meno obiezioni, specie quelli del partito Democratico. Questo perché a detta loro qualsiasi accordo deve soddisfare un accordo di lunga data con Israele, secondo il quale le armi statunitensi vendute nella regione non devono compromettere il “vantaggio militare qualitativo di Israele”, garantendo che le armi statunitensi fornite a Israele siano “superiori per capacità” a quelle vendute ai suoi vicini.

Israele, infatti, inizialmente si era rifiutato di accettare la vendita, ma la settimana scorsa ha abbandonato la sua opposizione, dopo quelle che ha descritto come garanzie degli Stati Uniti che la superiorità militare israeliana sarebbe stata preservata. “La vendita proposta renderà gli Emirati Arabi Uniti ancora più capaci con i partner statunitensi in modo pienamente coerente con l’impegno di lunga data dell’America di garantire il vantaggio militare qualitativo di Israele”, ha tranquillizzato in questo senso Mike Pompeo. “Siamo tutti di fronte ad una minaccia comune”, ha affermato giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, rispondendo alla stampa sull’ormai prossima vendita di jet agli Emirati Arabi Uniti.

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La “minaccia comune” è l’Iran, lo “Stato canaglia” per eccellenza secondo Washington e Tel Aviv. Questo accordo commerciale, infatti, è in funzione della “necessità degli Emirati Arabi Uniti di disporre di capacità di difesa avanzate per dissuadere e difendersi dalle crescenti minacce provenienti dall’Iran”, ha dichiarato Pompeo. “L’accordo storico degli Emirati Arabi Uniti per normalizzare le relazioni con Israele nell’ambito degli accordi di Abramo offre un’opportunità unica per trasformare positivamente il paesaggio strategico della regione”. E ancora. “I nostri avversari, specialmente quelli in Iran, lo sanno e non si fermeranno davanti a nulla per interrompere questo successo comune”. E’ il caso di dire, quindi, che gli “accordi di Abramo”, hanno poco a che vedere con la tanto declamata “pace” che di fatti non è mai stata messa in discussione tra i Paesi del Golfo e Israele. Si tratta piuttosto di un’intesa economica e strategica in chiave anti-iraniana volta a mantenere lo status quo nel vicino Oriente ivi inclusi i conflitti e le destabilizzazioni da anni in corso in alcuni Paesi dell’area. Come in Yemen, ad esempio, dove gli Emirati Arabi fanno parte dal 2015 di una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita (altro Paese prossimo a firmare accordi di normalizzazione con Israele) in guerra contro i ribelli Houthi. In 5 anni di guerra le due monarchie del Golfo hanno devastato lo Yemen al punto da aver innescato, secondo le Nazioni Unite, la “più grande crisi umanitaria al mondo”. E presto sui cieli dello Yemen, nonostante le varie e intermittenti tregue, potrebbero volare nuovissimi velivoli “Made in USA”.

Tratto da: Antimafiaduemila