Imputazione per disastro ambientale nel poligono militare di Capo Teulada

Imputazione per disastro ambientale nel poligono militare di Capo Teulada

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Tempo di lettura: 3 min

Di Francesco Ciotti

Gip respinge richiesta archiviazione e ordina nuove indagini e approfondimenti

Era destinata ad arenarsi rovinosamente. L’inchiesta aperta dalla procura di Cagliari per disastro ambientale e per omicidio colposo plurimo a carico dei vertici militari responsabili della gestione del poligono di Capo Teulada, doveva estinguersi con la richiesta di archiviazione avanzata dal pm titolare delle indagini, Emanuele Secci.
Pochi giorni fa la svolta: la richiesta è stata rigettata dalla giudice per le indagini preliminari, Maria Alessandra Tedde, che ha accolto le richieste degli avvocati di parte offesa Giacomo Doglio, Roberto Peara, Gianfranco Sollai Caterina Usala, disponendo di procedere entro dieci giorni, alla formulazione dell’imputazione per disastro ambientale nei confronti dei capi di stato maggiore dell’esercito: Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni.
Ha inoltre assegnato al pm ulteriori indagini, vagliando l’ipotesi di omicidio colposo plurimo, accogliendo le denunce dei familiari di militari che avevano prestato servizio nel poligono e dei familiari di vittime che hanno vissuto nelle vicinanze. Si fa riferimento ad esposti che secondo il gip individuano una “identica e possibile correlazione tra patologie tumorali, in alcuni casi con risvolti mortali, e le attività della base militare, con gli effetti ad esse ricollegabili ricadenti sulle persone e sull’ambiente circostante”.
I poligoni militari italiani raccontano una storia di silenzi, omissioni e abusi da parte di coloro che hanno tutto l’interesse di celare un danno a favore di interessi che vanno ben al di là delle nostre forze armate. Alla fine della seconda guerra mondiale, quando si sottoscrisse il piano Marshall, l’Italia si impegnò infatti nel dare agli americani una sede di addestramento e di basi americane in Sardegna e nel Mediterraneo.

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La base di Capo Teulada, nata in piena guerra nel 1956, oggi vede svolgersi addestramenti della Nato con la sperimentazione di nuovi sofisticati armamenti. Per adeguarla alle nuove esigenze addestrative nel corso degli anni sono stati costruiti i cosiddetti “scenari reali”, teatri di guerra che simulano i teatri della guerra moderna, tenendo conto dell’uso sempre più massiccio dei droni. Con un recente investimento di 70 miliardi il poligono è inoltre diventato il maggior centro europeo d’addestramento ad alta tecnologia. Un’importanza crescente a livello militare che nel corso dei decenni si sarebbe tradotta in una condotta sempre più criminosa rispetto alla tutela dell’ambiente circostante.
Nell’ordinanza del gip viene menzionata una relazione del Cisam (Centro interforze studi per le applicazioni militari) datata 2012, nella quale si parlava di “presenza di contaminazione radioattiva in alcune aree in passato utilizzate come zone arrivo colpi per le esercitazioni a fuoco con il missile Milan”.
Questi sistemi d’arma, oltre all’uranio impoverito, contengono lunette di torio, usate come radiotraccianti, che è possibile recuperare, le quali sono cancerogene se disperse nell’ambiente.
E si tratterebbe solo della punta dell’iceberg, secondo il dirigente dell’Arpas Massimo Cappai nella cosiddetta “zona Delta” del poligono, bonificare sarebbe “pericoloso e antieconomico”.
Nel campo, oltre ai resti dei missili Milan, vi sarebbero infatti diverse bombe d’aereo lunghe quasi due metri, missili Tow, una bomba degli anni 50’ inesplosa dal peso di circa 400 kg e vari oggetti radioattivi dispersi nel terreno. In totale nel solo periodo compreso tra il 2008 e il 2016 sono stati sparati nell’area ben 860mila colpi, di cui 11.875 missili: una quantità corrispondente a 556 tonnellate di materiale bellico altamente tossico.
La Gip ha menzionato anche un sopralluogo di novembre 2014 nelle aree di Is Pulixi e Porto Tramatzu descrivendole come “vere e proprie discariche di rifiuti, cumuli di materiale di varia natura e derivazione, ivi compresi parti di armamenti e sistemi d’arma, aventi dimensioni che raggiungono anche un’altezza di quattro metri e un’estensione di cento”.
Una vera e propria discarica e cielo aperto, voluta dagli anni 50’ e mai bonificata; una totale inadempienza dell’articolo 185 che disciplina i siti inquinati a “protezione dell’ambiente e della salute umana, prevenendo o riducendo gli impatti negativi della produzione e della gestione dei rifiuti” ha sottolineato la Gip.
Il rischio legato all’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e di altri cancerogeni è stato denunciato dall’ONA e dall’avv. Ezio Bonanni in numerosi giudizi civili e penali. Si tratta di contaminanti per i quali a ottobre 2019, secondo l’Osservatorio Militare, risultavano 369 decessi e 7500 malati.
Un plateale baratto della nostra salute per le laute commesse di armamenti da testare e sperimentare senza alcun controllo per conto della Nato. Per dirla con le parole di Domenico Leggiero dell’Osservatorio Militare “tutta una questione che gira intorno ai soldi”.

Tratto da: Antimafiaduemila

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