Riforma della Giustizia, Di Matteo: ”Ricorda processo breve del governo Berlusconi”

Riforma della Giustizia, Di Matteo: ”Ricorda processo breve del governo Berlusconi”

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Di Giorgio Bongiovanni

Sembra essere una riforma della giustizia che guarda più al passato che al futuro quella che la ministra Marta Cartabia ed il premier Mario Draghi vorrebbero proporre nei prossimi giorni al parlamento, addirittura chiedendo la fiducia di Governo.
Basta rileggere le pagine di quel “processo breve” tanto sognato dall’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (il fondatore di Forza Italia che, come dicono le sentenze, pagava la mafia) e dal suo avvocato Niccolò Ghedini nel 2009, assieme ai responsabili della giustizia dei maggiori partiti di maggioranza, Matteo Brigandì (Lega) e Giulia Bongiorno (An).
A rilanciare il parallelismo è stato oggi il consigliere togato del CSM Nino Di Matteo, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano. La riforma, infatti, “ricorda per analogie evidenti la cosiddetta riforma del processo breve dell’ultimo governo Berlusconi, che rappresentava un pericolo per la tenuta stessa del sistema democratico”. Per il magistrato le somiglianze sono evidenti, soprattutto per il “meccanismo dell’improcedibilità” che farà “andare in fumo molti processi e sarà equivalente a una denegata giustizia. Non solo per le vittime, ma pure per gli imputati che magari sono innocenti e hanno diritto a una sentenza di merito”. E non solo. Per Di Matteo “il meccanismo dell’improcedibilità costituisce non solo un grave arretramento nel funzionamento del sistema di giustizia in generale, ma rischia di rappresentare un ulteriore arretramento nella fiducia che i cittadini devono nutrire nella giustizia. Quando qualsiasi processo andrà in fumo senza una pronuncia nel merito, è destinato ad aumentare il senso di sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. Parallelamente ci sarà un incremento del prestigio criminale di coloro che hanno commesso reati, ma resteranno impuniti”. Per Di Matteo infatti “è facile prevedere che pure il reo confesso ricorrerà in Appello e Cassazione nella speranza che il decorso del tempo faccia venire meno il processo. La ragionevole durata dei processi è interesse di tutti, ma ci sarebbero altre soluzioni compatibili con il mantenimento dello stato di diritto”. E questa riforma, se approvata “produrrà un’ulteriore moltiplicazione degli appelli” anziché ridurli come avevano prospettato i suoi firmatari. “Serve una seria riforma dell’appello – ha sottolineato Di Matteo – che scoraggi le impugnazioni strumentali, con l’abolizione del divieto di reformatio in peius. Oggi l’imputato condannato fa comunque appello perché il suo ricorso, anche quando infondato, non lo espone mai al rischio di una condanna più severa”.

 

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La Repubblica di Ezio Mauro aveva definito la riforma del governo Berlusconi “legge salva-premier”, ma oggi i rischi sono più alti perché si “rischia di segnare un ulteriore incremento di prestigio per le organizzazioni mafiose”, ha detto il magistrato, poiché “i boss si dimostrano sempre capaci di celebrare i loro processi ed emettere le loro sentenze, mentre lo Stato dimostrerebbe la sua impotenza”.
In questi giorni la Guardasigilli Marta Cartabia ha detto che l’improcedibilità non si applicherà a reati di mafia e terrorismo perché sono puniti spesso con l’ergastolo.
Tuttavia per Di Matteo tali affermazioni non trovano “sostegno nella normativa in vigore” perché “moltissimi processi di mafia riguardano fatti gravissimi che non sono punibili con la pena dell’ergastolo: basta ricordare quelli relativi alla gestione delle estorsioni, al traffico di stupefacenti, ai tanti che hanno riguardato la contestazione solo del reato di associazione mafiosa o del concorso esterno per politici e uomini delle istituzioni”.
Ieri, sempre sul tema dell’improcedibilità, l’ex premier Giuseppe Conte è riuscito a ottenere dal Presidente del Consiglio Mario Draghi e dalla guardasigilli un’apertura alle sue richieste: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. Dunque il meccanismo della “tagliola” che fa morire i processi se non si concludono in due anni in Appello e uno in Cassazione non varrebbe per quel tipo di crimini.
Questo, ha detto Di Matteo, “segnerebbe un primo passo perché almeno si salverebbero molti processi di mafia che così sono destinati ad andare materialmente in fumo. Il mio giudizio sull’intero impianto della riforma, però, rimane comunque di preoccupazione” perché “l’improcedibilità continuerebbe a riguardare molti altri processi per reati gravi, tra i quali quelli contro la Pubblica amministrazione, tipici della criminalità dei colletti bianchi. Quelli continuerebbero a rischiare di andare in fumo”.
Un’altro pericolo segnalato dal magistrato, forse il più grande, contenuto dentro la riforma è la possibilità per il Parlamento di indicare i criteri generali da seguire per selezionare la priorità delle notizie di reato. Perché? “L’approvazione di questa parte della legge comincerebbe ad aprire uno squarcio, limitato ma facilmente allargabile, alla possibilità che poi sia la politica a dettare l’agenda alle procure. Questo, oltre a contrastare con i principi fondamentali della Carta, segnerebbe un passo verso il sostanziale assoggettamento delle procure al potere politico” ha concluso Di Matteo.

Tratto da: Antimafiaduemila

Attualità Italia