Il patto segreto tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta per il controllo del Piemonte

Il patto segreto tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta per il controllo del Piemonte

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Le rivelazioni del collaboratore di giustizia Ignazio Zito sul potere di siciliani e calabresi nel triangolo Alba-Asti-Carmagnola

Esisterebbe un patto di pacifica connivenza e collaborazione tra boss di Cosa nostra e ‘Ndrangheta. Un patto di larghe intese deciso dalle sfere più alte delle due organizzazioni che si vede concretizzarsi nella realtà piemontese. In particolare nel triangolo ai cui vertici si trovano le città di Alba, Asti, Moncalieri e soprattutto Carmagnola, terra del clan Bonavota, originario di Sant’Onofrio, Vibo Valentia.
A parlare di questa alleanza segreta volta ad “evitare di farsi la guerra” e “sviare le forze dell’ordine” è stato il collaboratore di giustizia siciliano, Ignazio Zito. Nel 2018, nel corso di quasi un anno, Zito, assistito dall’avvocato Guglielmo Busatto, ha rilasciato una lunga confessione ai pm della Dda di Torino, Monica Abbatecola e Paolo Toso. Un resoconto dettagliatissimo raccolto in numerose audizioni, diventate le fondamenta su cui ha poggiato l’inchiesta antimafia “Carminius”, che nel 2019 ha portato allo smantellamento dell’organizzazione, oltre 40 membri attivi tra Piemonte e Liguria. In quello stesso blitz è finito in manette anche l’ex parlamentare Roberto Rosso, di Fratelli d’Italia, indagato per voto di scambio. Per entrare in consiglio comunale a Torino, secondo i pm, avrebbe pagato pacchetti di voti a emissari del boss Onofrio Garcea, referente delle famiglie di Sant’Onofrio a Genova. Garcea, già in carcere per una condanna per associazione mafiosa, ha patteggiato per quei fatti altri 4 anni e 8 mesi. Un’operazione, quella Dda di Torino, che è stata condotta dal Gico della Guardia di Finanza e dai carabinieri del Ros parallelamente alla maxi inchiesta Rinascita-Scott dei colleghi di Catanzaro guidati da Nicola Gratteri. I militari hanno messo fine al controllo egemonico del territorio dei clan calabresi e siciliani e al terrore scatenato nella popolazione civile, vittima di estorsioni, racket, pestaggi, attentati.

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Ma anche incendi ad auto e negozi, spari ai commercianti che non pagano il pizzo, auto incendiate addirittura a politici locali che si oppongono al gioco d’azzardo o non danno appalti alle ditte gradite. Una “pervasività” che arriva fino a business apparentemente minori: truffe, furti e ricettazioni di motozappe, la produzione di soldi e documenti falsi (“portammo un milione di banconote dalla Calabria in una roulotte”), fino ai matrimoni finti per regolarizzare stranieri per il quale c’era anche un prezzario: 7 mila euro per gli uomini, 6mila per le donne. Davanti al sindaco Ivana Gaveglio (non indagata), si presentava sempre lo stesso Zito: “So che un gruppo di amici – dice – ha sostenuto anche la sua lista”. Ai pm di Torino il collaboratore di giustizia ha raccontato che siciliani e calabresi hanno messo in comune tutto, come due teste del medesimo corpo: “Uomini, armi, droga, cassa e guadagni”. Arrivando a infrangere un tabù: “Riunioni” e “affiliazioni” congiunte, nonostante usi e tradizioni diverse. Una pax mafiosa siglata con la garanzia dei capiclan della zona: da un lato il capomandamento Antonino Buono, che “riferisce a Matteo Messina Denaro”, la primula rossa, e il suo capodecina Franco Messina; dall’altro, i boss calabresi, Rocco Zangrà e i suoi feroci luogotenenti, i fratelli Franco e Salvatore Arone. “Un giorno chiesi a Rocco come mai Cosa Nostra e ‘Ndrangheta lavorassero insieme – ricorda Zito – lui mi spiegò che sia i capi delle cosche siciliane sia i calabresi si erano messi d’accordo durante una riunione in Calabria, per sviare le forze dell’ordine. Un giorno lo chiesi a Tonino Buono: mi disse che in quel modo non ci sarebbe più stato attrito tra noi e la ’Ndrangheta”. Al momento nell’aula bunker del carcere Le Vallette di Torino si sta svolgendo il dibattimento del processo Carminius dove Zito ha spiegato come il potere criminale di questo super clan sia diventato nel tempo enorme: “Dopo l’alleanza – secondo Zito – prima di fare qualsiasi cosa, calabresi e siciliani parlano tra di loro”. Due realtà insomma indistinguibili: “Avendoli visti lavorare assieme, non so dire se uno sia uomo di Arone o di Buono, poi ognuno riferisce ai propri vertici”. Nelle sue deposizioni il collaboratore di giustizia ha confessato che un giorno gli vennero mostrate dal boss di ‘Ndrangheta Zangrà sei bombe a mano contenute in un sacchetto: “Le aveva fatte arrivare dalla Calabria per usarle contro una persona importante che dava fastidio all’organizzazione e camminava con la scorta”, ha detto ai procuratori della Dda Zito riportando l’episodio. “Io non volevo un altro Falcone”. Chi fosse l’obiettivo da colpire non è dato sapere sta di fatto però che quel fatto scatenò qualcosa nell’ex boss, spaventandolo al punto di non riconoscere più l’organizzazione di cui faceva parte e quindi saltare il fosso collaborando con i magistrati.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano, Antimafiaduemila

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