Il decorato Tony Blair che volle nascondere le prove sull’illegalità della guerra criminale in Iraq

Il decorato Tony Blair che volle nascondere le prove sull’illegalità della guerra criminale in Iraq

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Di Francesco Ciotti

“Voleva distruggere un documento chiave in cui si evidenziava l’illegittimità delle motivazioni poste alla base della guerra in Iraq”.

Sono queste le scottanti rivelazioni trapelate dal ministro della difesa di allora, Geoff Hoon, che nel suo libro di memorie racconta di aver ricevuto quest’ordine perentorio da Downing Street, su direttive dell’allora premier Tony Blair (in foto).
Si tratta di colui che soltanto pochi giorni fa è stato decorato con i massimi onori istituzionali, a cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera, suprema onorificenza del Regno Unito concessa dalla regina Elisabetta. Non ci sarebbe quadro migliore atto a rappresentare i supremi valori ostentati dal decadente impero, dell’occidente opulento nella sua fase terminale: in una stessa immagine potremo infatti veder rappresentato il criminale di guerra Tony Blair, decorato con le massime onorificenze reali e a fianco, manifestato da una luce tenue e precaria, un logorato Julian Assange: prigioniero nel carcere di Belmarsh senza che esista un capo di imputazione sulla sua testa nel Regno Unito, in condizioni di tortura riconosciute dalle Nazioni Unite; colpevole di aver divulgato e resi noti al pubblico quegli indicibili crimini di guerra che vedono imputati personaggi come l’ex primo ministro inglese.
I 391.832 file pubblicati dall’organizzazione fondata da Assange, Wikileaks, hanno infatti fatto luce sugli orrori di quell’aggressione militare avviata nel marzo 2003 contro l’Iraq in aperta violazione della risoluzione 1441 delle Nazioni Unite, che rimandava ad una delibera successiva l’eventuale decisione di impiegare la forza rispetto agli inadempimenti iracheni in materia di disarmo.
Minacce artatamente ingigantite con la ormai celebre fiala esibita da Collin Powell il 5 febbraio 2003 in una seduta speciale del Consiglio di Sicurezza. Un atto volto a dimostrare la presenza nel paese di laboratori batteriologici e chimici. Tutto completamente falso.
Una commissione di inchiesta britannica, nel suo rapporto finale pubblicato il 6 luglio 2016 e passato alla storia come Chilcot report, avrebbe confermato che al momento dell’invasione dell’Iraq, Saddam Hussein non rappresentava una minaccia per gli interessi britannici, che l’esistenza di armi di distruzione di massa era stata data come certezza ingiustificata, che la guerra non era necessaria e che l’invasione anglo-americana, oltre ad essere illegale stando al diritto internazionale, aveva anche minato l’autorità della Nazioni Unite.
I file pubblicati da Wikileaks a partire dal 22 ottobre 2010 hanno inoltre acceso i riflettori sulle manipolazioni messe in atto dal governo britannico e da quello americano per scongiurare l’eventualità che George Bush e Tony Blair potessero essere chiamati a rispondere di crimini di guerra. Un conflitto che, stando ad un rapporto di giugno 2006 stilato dalla rivista medica The Lancet, aveva provocato 654.965 perdite irachene.
Di queste morti, come riportato nei rapporti pubblicati da Wikileaks, ben 680 includono donne incinte e minorati mentali, uccisi da militari americani solo per essersi avvicinati troppo ai posti di blocco.

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Ci sono poi le vittime dei cosiddetti contractors, i mercenari assoldati da società militari private come l’americana Blackwater: degno di nota fu il massacro di Baghdad del 16 settembre 2007, quando una pattuglia aveva aperto indiscriminatamente il fuoco su un gruppo di civili iracheni disarmati nella Nisour Square, provocando 17 i morti fra i quali un bambino di 9 anni.
Come dimenticare poi il video che sancì l’inizio della persecuzione nei confronti di Julian Assange: Collateral Murder: il filmato mostrava un gruppo di civili inermi che venivano freddati da militari americani a bordo di elicotteri Apache. Era il 12 luglio 2007. Due persone tra i civili erano dipendenti della Reuters, l’agenzia di stampa britannica: si trattava del ventiduenne fotogiornalista Namir Noor Eldeen e il suo autista Saeed Chmagh “armati” di cellulare e telecamera. L’audio immortalava le risate dei militari statunitensi con esclamazioni del tipo “Hahaaa…colpiscili!!”, mentre l’altro replicava “Oh yeah… guarda quei bastardi morti”.
Colpito e ferito l’autista della Reuters si trascinava al suolo cercando di raggiungere un riparo. Si udiva un militare auspicare che raggiungesse un fucile solo per essere legittimato a sparare. Si avvicinò un van nero da cui scendevano civili disarmati per soccorrere i feriti e trasportarli in ospedale. È a quel punto che l’elicottero apriva il fuoco con proiettili perforanti uccidendo ferito e soccorritori, colpendo anche i due bambini che sedevano sul sedile anteriore destro.
Nel complesso si potevano contare 18 morti, ivi inclusi il padre dei bambini e i dipendenti della Reuters.
Fu questo materiale divulgato al grande pubblico a cambiare il corso della guerra: l’orrore provocato da Collateral Murder aveva infatti indotto i negoziatori iracheni a negare a Washington il rinnovo dell’unica concessione che per Barack Obama costituiva la condizione necessaria alla presenza dei suoi militari in Iraq.
Gli artefici della fine del conflitto in carcere ed i criminali di guerra salutati con tutti gli onori. Tutto nella norma in questo teatrino imperiale corrotto, falso, degenerato ed ipocrita, che fortunatamente trova sempre meno sostegno tra la società civile: ha raggiunto 800.000 firme la petizione online per chiedere alla regina di ripensarci e di revocare per indegnità l’onore accordato a Tony Blair.
Tuttavia, A quando è rimandata la petizione per arrestare i criminali di guerra e rilasciare i promotori della libertà di stampa, della verità, contro le guerre e contro ogni crimine scambiato per missione di pace? È il quesito più grande che dovremo porci in questi casi.

Tratto da: Antimafiaduemila

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