L’inflazione viaggia verso il 4% in un anno. I salari a marcia indietro

L’inflazione viaggia verso il 4% in un anno. I salari a marcia indietro

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Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese che si sta per chiudere l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività al lordo dei tabacchi registra un aumento dello 0,7% su base mensile e del 3,8% su base annua, dal più 3% di ottobre.

Insomma, l’inflazione ha cominciato a farsi sentire e lambisce la soglia del 4%. Su base annua a farsi sentire più pesantemente sono i prezzi dei beni energetici – aumentati da +24,9% di ottobre a +30,7% a novembre e, in particolare, a quelli della componente non regolamentata da +15% a +24,3% – mentre la componente regolamentata, anch’essa schizzata verso l’alto, ha registrato un lievissimo rallentamento da +42,3% a +41,8%.

Rispetto al mese di ottobre sono aumentati anche i prezzi dei beni alimentari sia lavorati da +1% a +1,7% sia non lavorati da +0,8% a +1,5% e quelli dei servizi relativi ai trasporti da +2,4% a +3,6%. Secondo l’Istat l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici accelerano entrambe da +1,1% di ottobre a +1,4%, il massimo da marzo 2013.

Anche su base mensile l’aumento dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (+7,9%) e, in misura minore, degli alimentari lavorati (+0,9%) e non lavorati (+1,4%). Diminuiscono, invece, i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,7%).

L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a 1,9% per l’indice generale e a 0,8% per la componente di fondo. Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra un aumento dello 0,8% su base mensile e del 4% su base annua (da +3,2% di ottobre).

In questi mesi stiamo subendo aumenti insostenibili dei prezzi delle materie prime che mettono a rischio la ripresa. A ottobre i rincari delle commodities non energetiche (materie prime non legate a petrolio e gas, ndr) sono arrivati al 35,2% rispetto allo scorso anno. Per le nostre aziende manifatturiere e delle costruzioni questo significa un maggiore costo di 46,2 miliardi di euro“, ha denunciato il presidente della Confartigianato Marco Granelli, sottolineando che per l’energia elettrica, le piccole imprese italiane pagano il prezzo più alto d’Europa, il 23% in più della media dell’eurozona.

Non solo: a causa di una profonda iniquità nell’attribuzione degli oneri generali di sistema, meno consumano, più pagano.

Siamo pronti ad intervenire di nuovo per evitare i rincari energetici alle famiglie”, ha affermato il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso di un convegno dedicato a “Lavoro ed Energia per una transizione sostenibile”.

Abbiamo chiesto alla Commissione europea – ha aggiunto – di studiare soluzioni di medio periodo, ad esempio sul tema dello stoccaggio, per limitare le fluttuazioni di prezzo e i rischi per imprese e cittadini“.

Ma non ha dettagliato il come. C’è da augurarsi che non lo faccia come ha fatto con la “riforma fiscale”, che ha privilegiato i redditi più alti ed assai meno quelli più bassi, anzi con il taglio del bonus Renzi questi ultimi sembrano destinati a perderci di brutto sul piano fiscale.

Se poi si guarda agli aumenti salariali in discussione nei contratti, di fronte alle miserie proposte del governo e della Confindustria ci si dovrebbe ritirare dai tavoli, anzi rovesciarli.

Tratto da: Contropiano.org

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