Ricordando Rocco Chinnici, il magistrato padre del pool antimafia

Ricordando Rocco Chinnici, il magistrato padre del pool antimafia

29 Luglio 2020 0 Di VivereInformati

di AMDuemila
Era il 29 luglio 1983 quando il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Rocco Chinnici, saltò in aria insieme alla scorta composta dal maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta. Rimase gravemente ferito, ma riuscì a sopravvivere l’autista Giovanni Paparcuri. Nella strage rimase anche ucciso il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Il magistrato fu colpito mentre stava uscendo di casa in Via Federico Pipitone a Palermo alle ore 8.05 da un’esplosione partita da una 126 imbottita di ben 75kg di tritolo ed era parcheggiata davanti all’abitazione del consigliere istruttore. Erano anni che non si vedeva agire Cosa nostra con quella enorme ferocia mostrando la sua parte terroristico-stragista, che prima si era mostrata con la strage di Ciaculli nel 1963. “Palermo come Beirut” scrivevano i giornali il giorno dopo.
L’assassinino di Rocco Chinnici è il proseguimento di una scia di sangue che si era già manifestata con gli omicidi di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Calogero Zucchetto, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Carlo Alberto dalla Chiesa ed altri.
Ma perché Cosa nostra decise di agire con quella ferocia? Rocco Chinnici da capo dell’ufficio istruzione aveva deciso di dichiarare guerra alla mafia, cosa che fino a quel momento non era stato mai fatto. Il magistrato fu anche il primo a intuire che oltre ai boss e ai picciotti, c’era un “terzo livello” oltre alla Cupola mafiosa. Soggetti occulti che agivano nell’ombra della mafia e che rafforzavano l’organizzazione criminale. Per queste sue intuizioni, Chinnici si rese autore e ispiratore del cosiddetto “pool antimafia”, che poi fu attuato dal suo successore Antonino Caponnetto. Di quel pool di magistrati fecero parte prima Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello e dopo la morte di Chinnici, Caponnetto decise di aggiungere Leonardo Guarnotta. Un team di lavoro che iniziò la sua attività con un rapporto chiamato “Michele Greco+161” che poi fu incorporato nel maxi processo alla mafia. Il giudice fu tra i primi a comprendere l’importanza di studiare unitamente il fenomeno mafioso nel tentativo di ricercare tutte le interconnessioni tra i grandi omicidi che si erano verificati, e non solo. “Non si stancò mai di ripetere, ogni volta che ne ebbe occasione, che solo un intervento globale dello Stato, – disse Paolo Borsellino di Chinnici – nella varietà delle sue funzioni amministrative, legislative ed, in senso ampio, politiche, avrebbe potuto sicuramente incidere sulle radici della malapianta, avviando il processo del suo sradicamento”.
Le inchieste di Chinnici avevano come centro focale il rapporto tra mafia e politica e nel suo mirino finirono i cugini Ignazio e Nino Salvo, esattori e considerati la “cerniera” tra la mafia e la politica, come ha dimostrato la sentenza, nel 2000, in cui fu ricostruito anche il movente per cui fu ucciso il magistrato. Infatti, per la strage di via Pipitone, la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo esecutori e mandanti (tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano ed Antonino Madonia che premette il telecomando della bomba). Le condanne divennero definitive in Cassazione nel 2003, ad esclusione di Matteo Motisi e Giuseppe Farinello (assolti in Appello).
Secondo i pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, che rappresentarono l’accusa nel processo di primo grado sulla strage di via Pipitone, avevano evidenziato il fatto che “l’uccisione del giudice Chinnici fu voluta dai cugini Ignazio e Nino Salvo e ordinata dalla cupola mafiosa, per le indagini che il magistrato conduceva sui collegamenti tra la mafia e i santuari politico-economici”. I Salvo, come è scritto nelle carte, erano “uomini d’onore della famiglia di Salemi. Avevano un ruolo di raccordo, nel panorama politico siciliano, quali esponenti di spicco di un importante centro di potere politico-finanziario, tra Cosa nostra ed una certa classe politica”. In particolare con la corrente andreottiana della Democrazia cristiana. Questo venne alla luce grazie alle importanti rivelazioni del collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, ex capo mandamento di San Giuseppe Jato. Di Matteo riuscì a trovare i riscontri delle dichiarazioni del pentito insieme a numerosi dettagli dell’aspetto organizzativo dell’attentato. Brusca raccontò anche i retroscena della decisione del progetto di morte, parlando di una riunione tra Nino Salvo, il padre Bernardo Brusca e Totò Riina al termine della quale gli fu detto dal Capo dei Capi in persona: “Finalmente è venuto il momento di rompere le corna a Chinnici, mettiti a disposizione di don Nino”.
Il magistrato, oltre al suo lavoro giudiziario portato avanti, fu anche un “pioniere” della lotta culturale: andava nelle scuole per sensibilizzare i giovani sui rischi della tossicodipendenza e sui collegamenti tra droga e mafia. In un suo celebre discorso diceva: “Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”.
Come ogni anno oggi sarà ricordata la strage in cui il giudice perse la vita insieme alla sua scorta per non dimenticare mai quello che è stato il suo esempio.

Tratto da: Antimafiaduemila